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Recensione "Cirkus Columbia" di Ivica Dikic, Bottega Errante

Alti e bassi.
Momenti in cui divoro libri in due giorni e momenti in cui portare a termine due libri al mese è un'impresa colossale. 
Ecco come descriverei la mia vita da lettrice, da sempre. 
E a salvarmi da quei momento grigi è sempre un libro magico, che mi trasporta.
E' il caso del libro di cui vi sto per parlare oggi.
Un libro che, in questo periodo in cui i viaggi come eravamo abituati a fare sono solo un progetto per un futuro indefinito, mi ha portato con la mente in altre terre e da altre persone.
Mi ha riportato dove, tempo fa, sono stata per due volte.  
E dove ho lasciato una gran parte di cuore e non vedo l'ora di tornare. 

"Cirkus Columbia", romanzo di Ivica Dikic, è stato pubblicato nel 2019 da Bottega Errante, potete accedere al loro sito cliccando QUI. E' uno spaccato degli anni '90 raccontato attraverso le vicende di un piccolo paese dell'Erzegovina e dei suoi abitanti che, attraverso le loro storie, riescono a rendere al lettore un quadro completo e rapportabile al più ampio territorio che si è visto coinvolto nella guerra che ha segnato la fine dello scorso secolo. Dikic, l'autore, in Bosnia Erzegovina ci è nato, 15 anni prima dell'inizio della guerra. E' infatti originario di Tomislavgrad, un paese ad est di Sarajevo, quasi al confine con la Croazia. Ha vissuto personalmente gli anni di cui racconta e nelle sue opere trae spunto da fatti realmente accaduti ed eventi storici, per raccontarli sotto forma di romanzo creandogli una linea narrativa attorno. 

In "Cirkus Columbia", nello specifico, le vicende narrate hanno inizio prima dell'inizio del conflitto, quando una macchina, una Mercedes bianca, arriva tra le stradine del paese in cui è ambientato: si tratta della macchina di Divko Buntic, bosniaco di origine che, dopo molti anni trascorsi all'estero, decide di tornare, assieme alla moglie Azra e al gatto Bonny, nel suo paese. Qui, al paese, aveva lasciato tanti conoscenti oltre che la prima moglie, Lucija e il figlio Martin, ormai grande. Sarà proprio lui a innescare l'evento che da origine a tutte le vicende tra i cittadini. Infatti per colpa del ragazzo, durante una visita a casa del padre, il gatto Bonny scapperà. Divko, che teneva al gatto più che ad un figlio, metterà in palio soldi a chiunque troverà il gatto. Si innesca così la presentazione di vari personaggi, punti cardine del racconto, e tutti collegati dalla stessa sorte: la guerra, che sarebbe scoppiata da lì a qualche mese. 

Una delle caratteristiche più particolari che ho notato durante la lettura, pagina dopo pagina, è che non viene mai fatta menzione diretta ad eventi di guerra, che rimane sempre lo sfondo e la cornice alle vicende dei personaggi coinvolti. 
La intravediamo nel racconto di Janko Ivanda, un giovane del paese, che attraverso i suoi racconti ci parla dei suoi vicini, Avdo, lavoratore e calciatore, la moglie Safija e i suoi figli. Ci sono alcune parole specifiche che rappresentano alla perfezione la brutalità, il dolore e l'orrore che hanno caratterizzato la guerra balcanica:

"Giunsero poi tempi peggiori e più incasinati, i tempi nei quali Avdo, la zia Safija e i loro figli dovevano diventare nemici di mia madre, dei miei fratelli e anche miei".

Dovevano. Da un giorno all'altro. Qualcuno decise chi doveva essere nemico di chi, solo perchè di etnia, di religione diversa. Persone che prima erano amiche, amanti..

Dikic riesce alla perfezione a rappresentare una realtà semplice, cittadina, che garantisce alla lettura una scorrevolezza piacevole, senza parti noiose o piene di dati storici che spesso possono spezzare la lettura se troppo abbondanti ed invasivi. Ma al tempo stesso, con i dialoghi, le vicende, i fatti narrati crea finestre che si affacciano sulla realtà e fanno riflettere il lettore su ciò che è stato, su cosa è successo. 

Sottolineo che sono riflessioni mai banali e scontate perché offrono spunti e punti di vista anche a chi, come me, conosce, almeno un po', la storia degli anni '90. Questo avviene grazie alla ricchezza di contenuti, di inventiva, alla gran capacità di creare un filo narrativo coerente e coeso, che porta il lettore verso una direzione ben definita e mai lo fa perdere in elementi secondari o in strade che portano fuori dalla narrazione. 

Una nota di merito la devo assolutamente spendere per il lato sintattico del libro, a cui va un riconoscimento anche al traduttore Silvio Ferrari. Mi sono imbattuta, più di una volta durante la lettura, in periodi lunghi più di mezza pagina. Cadere nella perdita del filo del discorso è l'errore più comune quando si usa una sintassi del genere e ciò porta il lettore a non capire di chi o cosa si sta parlando o a perdere il senso. Invece, in questi casi, mi sono ritrovata a leggere più volte tali periodi per ammirarne la pulizia, la chiarezza, la correttezza. 

Mi ero ripromessa di non parlare, parlare, parlare, parlare perchè, per chi mi segue su Instagram (mondodilibri_bookblog), sa che ho manifestato la mia passione per questa terra, l'amore per la popolazione, la cultura, il calore che ti regala. Per cui questa lettura, come ho detto all'inizio, è stata un po' magica e, con tutto ciò che mi ha regalato, avrei altre mille cose da dire. 

Per cui io ve la stra-consiglio. A tutti. Perchè merita, così come merita tanto la terra in cui è ambientata. Poi, se vi va, magari ne possiamo parlare insieme! 


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